Scienze e Tecnologia

Selfie killer, come sono morte le 259 vittime in 6 anni nel mondo

Il selfie può uccidere, se praticato in maniera estrema. Prende il nome di “killfie”, quando la sua pericolosità porta a sfidare l’impossibile e spesso si perde la vita. Tutto per qualche follower in più su Instagram o qualche clic in più su Facebook.

L’allarme arriva da un rapporto dell’Eurispes messo a punto dopo l’ultima tragedia avvenuta in Emilia Romagna con la folle corsa in autostrada a 220 chilometri all’ora di due amici che si sono schiantati sulla A1 immortalando la tragedia in un video postato su Facebook.


Negli ultimi sei anni, tra l’ottobre 2011 e il novembre 2017, da quando la moda del selfie ha preso piede, nel mondo, sono state 259 le vittime rimaste uccise nel tentativo di fotografarsi in un luogo o in una circostanza pericolosa.

L’obiettivo è sempre lo stesso: rendere pubblica l’immagine di sé attraverso i social con scatti esotici e audaci. Dietro c’è sempre la voglia di stupire, suscitare, ammirazione, fare soldi, a costo della vita.

Delle 259 vittime 137 sono legate ad incidenti e l’84% di questi sono stati determinati da giovani tra i 10 e i 29 anni che non hanno calcolato bene i rischi: 70 sono annegate, 51 sono legate ad incidenti con mezzi di trasporto, 46 sono cadute sfidando le leggi di gravità, altre 48 bruciate (alcune tentando anche operazioni bizzarre), 16 fulminate da scariche elettriche, 11 colpite da arma da fuoco e 8 per attacchi da parte di animali selvatici. Ma è sugli incidenti che il fenomeno manifesta tutta la pericolosità legata al ‘killfie’.

Ci sono anche 41 casi di decessi sono avvenuti per cadute da altezze estreme, da grattacieli e palazzi a scogliere e montagne. In 28 casi invece la morte è stata immortalata mentre ci si riprendeva su mezzi di trasporto. E in quest’ultimo caso a detenere il primato sono i treni. La cosa grave è che non si sa come fermare il fenomeno.