Ha reagito malissimo alla necessità di un trattamento sanitario obbligatorio (Tso) cui doveva essere sottoposto. E così si è ribellato all’equipe medica dell’Asl To1 diventando violento. E’ successo nel centro di Torino, dove il paziente si è barricato con i genitori terrorizzati, dopo aver accoltellato uno psichiatra e un infermiere. I feriti sono stati trasportati all’ospedale Molinette. L’uomo si trova all’ospedale Martini in stato di fermo. A dare l’allarme un altro infermiere, rimasto illeso.

Dopo 24 ore dall’accoltellamento in via Lagrange l’infermiere aggredito è stato operato.
L’operazione è tecnicamente riuscita, ma l’infermiere di 42 anni ferito al cuore resta in prognosi riservata e in terapia intensiva alle Molinette. Secondo i medici non sarebbe più in pericolo si vita.

«Non mi sarei mai aspettata una reazione simile. Non era un ragazzo violento». Lo ha detto la dottoressa Barbara Martini commentando l’aggressione subita ieri mattina, insieme all’infermiere Davide Rota, dal suo paziente, Antonino Cassotta, durante una visita domiciliare che avrebbe preceduto un Tso psichiatrico.

La dottoressa si è recata a casa del paziente «con una squadra affiatata, che conosceva bene il paziente: sia la psichiatra che i due infermieri erano delle “persone amiche”, di cui si fidava e con cui aveva confidenza. Fa parte della procedura individuare le persone più adatte a svolgere la visita domiciliare», spiega Vilma Xocco, direttrice del Dipartimento di salute mentale dell’Asl To1, dove Cassotta era in cura dal 2007. «Un ragazzo educato, ben istruito, che non aveva mai dato segni di squilibrio di questo genere. È proprio per questo che non sono state avvertite le forze dell’ordine. In trent’anni non era mai successo niente di simile, questo perchè siamo sempre molto cauti».

«È andata in via Lagrange per fare un Tso ed è stata accoltellata dal paziente».

«La procedura d’intervento psichiatrico a domicilio è molto rigorosa. Soprattutto in caso di pazienti gravi come l’aggressore – prosegue la dottoressa Xocco -. È per questo che la visita si è svolta alla presenza di tre operatori, e non solo dal medico curante. A ricoprire un ruolo importantissimo in questi casi è la famiglia, con cui i servizi psichiatrici erano direttamente in contatto. Gli operatori erano ben informati sulla situazione, ma una reazione così violenta non era in alcun modo prevedibile. Si va a casa del paziente con visite programmate settimanalmente, non a sorpresa. La missione degli operatori era di convincere il paziente a riprendere la terapia interrotta, ma non ce n’è stato il tempo: non sono riusciti neanche a rivolgergli la parola».

Va detto che secondo le statistiche «solo il 10 per cento dei malati psichiatrici è violento. In quel caso la procedura si sarebbe svolta diversamente, insieme alle forze dell’ordine». A rassicurare gli operatori «la presenza costante dei genitori, che hanno da sempre seguito il ragazzo. Anche per loro il servizio psichiatrico ha avviato una procedura di supporto, per superare al meglio la difficile situazione che stanno vivendo», conclude Xocco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.