A Milano è stato realizzato il primo trapianto di fegato da un donatore in arresto cardiaco. Merito dei medici del Niguarda, che sono riusciti nell’intento dopo un periodo di osservazione di 20 minuti. Di solito il prelievo avviene con la morte cerebrale. Con la circolazione extracorporea (Ecmo) è stata garantita l’ossigenazione post-mortem. Il paziente è un uomo di 47 anni che lo scorso 3 settembre è stato sottoposto, per la prima volta in Italia, all’impianto di un fegato proveniente “da donatore a cuore non battente”.

SI tratta di una novità assoluta per l’Italia nel campo dei trapianti di fegato, “e che adesso potrebbe aprire la strada all’aumento delle donazioni e dei trapianti – spiega Luciano De Carlis, primario di Chirurgia generale e dei trapianti al Niguarda – Potrebbero essere ridotti i tempi di attesa: in Italia oggi in media si aspetta un anno in lista d’attesa per un fegato”.

A rendere ancora più incredibile l’intervento il fatto che si è trattato di un trapianto “multi organo” nel senso che oltre al fegato, sono stati usati anche i reni del donatore.

La procedura standard in caso di espianto di organi prevede che il cuore del donatore batta ancora. I medici devono inoltre accertare la morte cerebrale per poter iniziare il prelievo degli organi.

Nel caso invece di trapianto da donatore a cuore fermo per procedere con l’espianto degli organi non bisogna aspettare la morte cerebrale, ma un arresto cardiaco definitivo. Il donatore è stato un uomo di 52 anni con diversi problemi cardiaci.

Protagonisti dell’intervento la dottoressa Marinella Zanierato e l’equipe di Rianimazione 1 del San Matteo, guidata dal professore Antonio Braschi.

Il sangue del paziente, attraverso dei tubicini, è stato drenato nel macchinario per essere ossigenato e riscaldato, per poi essere rimesso in circolo. “In questo modo – spiega De Carlis – nonostante il cuore fermo, i reni e il fegato del donatore hanno continuato a ricevere sangue e non si sono deteriorati”. Continuando a essere, quindi, adatti al trapianto.

“Il donatore – dice De Carlis – è rimasto collegato al macchinario per quattro ore, una finestra temporale che, in base anche ad altre esperienze internazionali, abbiamo valutato potesse permettere la ripresa degli organi”. Cosa avvenuta: “Al termine delle quattro ore abbiamo valutato i risultati degli esami fatti sulla funzionalità sia dei reni sia del fegato. Ed erano positivi”.

“L’organo ha dimostrato un’ottima ripresa – sottolineano De Carlis e Andrea De Gasperi, direttore dell’Anestesia – E il paziente che lo ha ricevuto, sottoposto al trapianto per una grave malattia epatica terminale, è attualmente in buone condizioni generali”.

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