Si chiama Homo Naledi, viveva in Africa e aveva il cervello grande quanto un’arancia. Non un genio, insomma. Ma dobbiamo volergli lo stesso bene, perchè era un nostro antenato, uno dei tanti. Appartiene e una specie di ominide finora sconosciuta.

E’ interessante la sua scoperta in quanto, secondo gli studiosi, ha dalle caratteristiche diverse rispetto a quelle degli altri ominidi scoperti finora. L’anello mancante? Purtroppo no, ma lo stesso molto interessante. La sua scoperta è descritta sulla rivista eLife. «Una scoperta destinata a lasciare il segno sugli studi paleontologici» secondo Lee Berger, professore sull’evoluzione della specie umana alla Wits University di Johannesburg, «mai si era riusciti a ricomporre un fossile umano così nei dettagli». Per John Hawks, un ricercatore che ha preso parte alla scoperta, «la scoperta dell’homo naledi cambia le certezze sulla storia dell’evoluzione umana». La specie umana scoperta sarebbe una specie ponte” tra i primi bipedi e l’homo erectus e secondo le prime ricostruzioni avrebbe sembianze umane molto primitive.

Il rinvenimento è stato fatto in Sudafrica, all’interno della caverna chiamata Dinaledi Chamber, da un gruppo di ricerca internazionale coordinato dal paleontropologo Lee Berger, dell’università sudafricana di Witwatersrand, a Johannesburg. C’è anche un po’ di Italia in questo studio, grazie alla partecipazione di Damiano Marchi, dell’università di Pisa.

Le tecniche moderne ci consentono anche di vedere com’era fatto (nell’immagine in alto) dal momento che è stato possibile ricostruire il suo aspetto grazie ad oltre 1.500 resti fossili, che si possono attribuire ad almeno 15 individui.

L’Homo Naledi era piccolo, alto circa un metro e mezzo e pesante circa 45 chilogrammi, aveva il cervello delle dimensioni di un’arancia, simile a quello degli scimpanzè. La sua struttura morfologica racconta che sapeva arrampicarsi, ma anche camminare e correre. E’ uno dei nostri più antichi progenitori e la scoperta è stata annunciata oggi dall’università sudafricana del Witwatersrand, della National Geographic Society e dalla National Research Foundation del Sudafrica.

Era sepolto a 30 metri di profondità, nel sistema di caverne chiamato Rising Star e costituiscono probabilmente il più ricco deposito di fossili di antenati dell’uomo mai venuto alla luce. Per studiarli, Berger ha indetto un concorso internazionale che ha chiamato a raccolta circa 40 fra gli esperti più qualificati per analizzare i reperti. Tra questi, Damiano Marchi.

La datazione è stata fissata intorno a due milioni e mezzo di anni fa, al confine tra il Pliocene e il Pleistocene. Il fatto che nella fossa ci fossero tantissimi esemplari fa pensare a una sorta di rituale funebre già conosciuto a quei tempi. L’equipe di esperti ha ritrovato infatti circa 1500 ossa di ominidi risalenti a circa 3milioni di anni fa che apparterrebbero a 15 individui, tra loro bambini, giovani e un anziano. E molti altri fossili sono stati raccolti per procedere all’analisi.

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