La ripresa dell’Italia passa anche dalla riforme, e una delle riforme più attese è quella delle pensioni. In questo senso sono importanti le dichiarazioni degli ultimi giorni del ministro del Welfare Giuliano Poletti che indica nella flessibilità la strada maestra per ritrovare equilibrio. Anche mettendo in conto che non sia a costo zero, come invece auspicato più volte dal governo. La flessibilità, cioè la possibilità di lasciare il lavoro prima rispetto alla soglia fissata dalla Legge Fornero, diventa l’ago della bilancia per consentire alle pensioni di tornare a essere una reale opportunità e non una presa in giro per molti.

Poletti conferma che con la flessibilità chi esce prima dal mondo del lavoro deve mettere in conto di ricevere un assegno più basso di quello che avrebbe percepito aspettando la naturale scadenza, ma in questo senso lo Stato deve intervenire per fare da ammortizzatore e compensare la perdita da parte del lavoratore. Insomma Poletti sconfessa il governo che aveva sempre parlato di flessibiltà a costo zero per le casse statali e che che la flessibilità si dovesse autofinanziare.

Il problema è che nella maggioranza Poletti non ha molta comepgnia. Ma la discussione è aperta. Secondo il Corsera, una delle ipotesi è che la percentuale del taglio sulla pensione non sia più fisso, sempre il 2% per ogni anno di anticipo. Ma cresca progressivamente con il numero degli anni di anticipo: per chi esce un anno prima il taglio è del 2%, per chi esce due anni prima del 5%, per chi anticipa di tre anni il taglio arriva all’8%. E così via

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