Una volta tanto social network e video virali servono davvero a qualcosa di concreto. E potrebbe essere una strada da percorrere anche in futuro. L’Ice Bucket Challenge, serie di video virali con protagonisti personaggi famosi e non che si tiravano secchiate d’acqua gelate in testa nominando poi a loro volta altre vittime, famoso la scorsa estate, ha dato frutti incredibili. Nato come gioco, diventato promotore della ricerca fondi a favore della Sla, l’ice bucket challenge è stato in grado di raccogliere qualcosa come 220 milioni con le donazioni relative alla sfida. Una cifra che ha consentito di triplicare i fondi normalmente raccolti per la ricerca contro questa malattia. In questo modo gli studi sono andati avanti e si sono potuti ottenere importanti progressi nella comprensione di questa patologia neurodegenerativa progressiva per la quale ancora non esiste cura. I video dell’Ice Bucket Challenge, prodotti da 17 milioni di persone, l’anno scorso sono stati guardati da 440 milioni di utenti, per un totale complessivo di 10 miliardi di visualizzazioni

Jonathan Ling, della Johns Hopkins Medicine: “Negli ultimi dieci anni abbiamo cercato di capire esattamente quello che sta facendo e ora penso che lo abbiamo finalmente capito”. “Ciò potrebbe portare, con un po’ di fortuna, alla possibilità di una cura o almeno a un rallentamento di questa terribile malattia”. Il professor Philip Wong ha spiegato che “il denaro è arrivato in un momento critico, quando più c’era bisogno”. Gli studiosi, tuttavia, hanno avvertito che il lavoro è in corso e molti malati di Sla potrebbero non vedere i benefici della ricerca. “Vi invitiamo a continuare con l’Ice Bucket Challenge”.

Negli ultimi tempi, un team di ricercatori americani della John Hopkins University, ha pubblicato uno studio su Science che potrebbe aprire nuove prospettive. Si basa sullo studio della proteina disfunzionale presente nella maggior parte dei casi di Sla, la TDP-43.

Dal momento che i disturbi della SLA derivano da questa anomalia, comprenderne l’attivazione potrebbe vler dire avvicinarsi a una possibile cura. Secondo la ricerca, iniettando ai topi di laboratorio un composto contenente la TDP-43 funzionante si è ottenuta la riattivazione cellulare con miglioramento della malattia. Ma siamo solo al’inizio.

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