La sua fedeltà non gli ha lasciato scampo. E’ ancora forte l’eco per l’uccisione violenta di Khaled Al Asaad, archeologo siriano di fama mondiale. L’uomo è stato massacrato dai jihadisti dello stato islamico: la sua colpa, aver resistito senza tradire Palmira, nonostante ormai avesse capito che gli sarebbe costato la vita. Dopo averlo decapitato, i terroristi hanno appeso il cadavere a un palo della luce. Un segno indelebile della violenza che regna in questi luoghi, non solo verso l’uomo ma anche e soprattutto verso l’intellettuale, la cultura che rappresenta e i luoghi che studiava con passione e che amava e che ha cercato di difendere fino all’ultimo, mettendoli davanti alla sua vita in nome di quella cultura millenaria di un luogo che rappresenta uno dei tesori mondiali dell’archeologia.

Khaled Al Asaad è stato ucciso per non aver voluto rivelare in quali luoghi segreti si trovavano i reperti oggetto dei suoi studi, e che egli stesso aveva aiutato a nascondere anche in territori controllati da Isil.

Sapeva che se sarebbero finiti nelle mani dei militanti il loro destino era segnato: li avrebbero distrutti o nella migliore delle ipotesi li avrebbero rivenduti al mercato nero. E sarebbero diventati fonte di un provento utile a comprare ancora armi per finanziare la loro guerra e spargere altro sangue. Tutto questo Khaled al Assad non poteva permetterlo. Impossibile convincerlo ad abbandonare il suo sito archeologico. Nemmeno il suo collega e amico Maa’moun Abdul Karim, responsabile dei servizi siriani delle antichità, era riuscito a farlo desistere:

“Gli ho detto per mesi di andarsene e venire a Damasco con la famiglia, ma lui ha rifiutato. Diceva che era legato a Palmira e che non se ne sarebbe andato anche se gli fosse costata la vita”.

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